Ekaterina De Andreis

CERAMIC ARTIST
Ekaterina De Andreis è un’artista ceramista con base a Milano. Formata in pittura all’Accademia di Belle Arti di Brera, sviluppa fin dagli anni della formazione un interesse per la materia e per la superficie, sperimentando impasti, tessuti e materiali organici. L’incontro con la scultura segna il passaggio verso una pratica in cui il contatto diretto con la materia e il gesto delle mani diventano centrali.
Da circa dieci anni lavora con la ceramica, approfondendo progressivamente le cotture ad alta temperatura e a legna. In Italia ha partecipato a diverse cotture presso lo studio del ceramista inglese Robert Cross, a Noceto, sviluppando una ricerca sul rapporto tra argilla, fuoco, cenere e trasformazione naturale delle superfici.
La sua ricerca l’ha portata più volte in Giappone. A Tajimi ha svolto una residenza presso HO-CA — Home of Clay Art, studiando ceramica Shino con Setsuro Shibata. Successivamente ha lavorato nello studio del ceramista John Dix, partecipando a una cottura collettiva in anagama durata sette giorni. A Bizen ha studiato con il maestro Takushi Takahara e ha avuto l’opportunità di assistere alla cottura di Sō Isezaki, nipote di Jun Isezaki (1936–2026), maestro della ceramica Bizen designato Tesoro Nazionale Vivente del Giappone nel 2004.
La sua pratica esplora il rapporto tra gesto, materia e trasformazione, lasciando spazio all’imprevisto e ai processi naturali. Terra, fiamma, cenere e tempo completano ciò che le mani hanno iniziato.
PRACTICE
La materia è viva. Non mi interessa forzarla verso un risultato prestabilito, ma entrare in relazione con ciò che accade durante il processo.
Il mio lavoro nasce da un’intenzione, da una forma immaginata, ma rimane aperto alla trasformazione. Le mani costruiscono, incidono, comprimono e lasciano tracce. La terra risponde. La tecnica è necessaria, ma arriva un momento in cui il controllo deve lasciare spazio all’ascolto.
Questo modo di lavorare si è approfondito attraverso il mio incontro con la cultura giapponese e con un pensiero che riconosce valore nell’essenziale, nell’asimmetria e nella natura transitoria delle cose. Il concetto Zen di shoshin, la “mente del principiante”, è diventato parte della mia pratica: avvicinarsi ogni volta alla materia come se fosse la prima, mantenendo la possibilità di sorprendersi di fronte a ciò che non era stato previsto.
La mia ricerca si è nutrita nel tempo dell’incontro con il pensiero e le arti tradizionali giapponesi. Accanto alla ceramica, lo studio dell’ikebana e della cerimonia del tè ha ampliato il mio modo di osservare la forma, lo spazio, il gesto e la relazione tra gli oggetti. Il lavoro di Shiro Tsujimura, la scoperta di Bernard Leach e, attraverso di lui, di Shōji Hamada e Kanjirō Kawai, hanno profondamente influenzato il mio modo di guardare alla ceramica. Parallelamente, le letture dedicate allo Zen, al pensiero mingei e all’estetica giapponese mi hanno avvicinata a un’idea dell’opera in cui il gesto dell’artista non è separato dalla materia e in cui l’uso, il tempo, l’invecchiamento e i processi della natura continuano a trasformare l’opera.
La cottura a legna rappresenta per me l’espressione più radicale di questo principio. Dopo aver costruito una forma, devo accettare di affidarla a un processo che non posso controllare completamente. Terra, fuoco, cenere, atmosfera, tempo e raffreddamento intervengono sulla superficie e possono modificarla profondamente. Nelle ceramiche non smaltate, in particolare, il fuoco non è semplicemente il mezzo attraverso cui l’opera viene cotta: diventa parte della sua espressione.
Le mie forme sono volutamente irregolari e asimmetriche. Lascio visibili le tracce del processo: i segni delle mani, degli strumenti, delle stecche di bambù, della modellazione a mano libera o del tornio, che lavoro lentamente per non cancellare le tracce del gesto. Non cerco una superficie perfetta né una forma identica da ogni punto di vista. Mi interessa che un oggetto continui a rivelarsi mentre viene girato, osservato e toccato.
Una ceramica, per me, non termina quando smetto di lavorarla.
Le mani iniziano un processo che la natura completa. L’artista rimane nel mezzo, come un ponte.
Vorrei che chi incontra queste opere rallentasse. Che avesse il desiderio di prenderle tra le mani, sentirne il peso e la texture, seguirne le tracce e dedicare loro il tempo necessario per vedere ciò che, a un primo sguardo, potrebbe rimanere nascosto.